NELLA STORIA....Sin dalla sua comparsa
l'olio è assurto al rango di alimento simbolico, e nel corso dei secoli si è caricato di
significati assumendo addirittura una valenza mistica.

Oggi consumiamo l'olio di oliva extravergine perché è buono e perché è il condimento più salutare che esista. Ma nel campo
dei grassi alimentari la scelta è davvero vasta.
Tra questi solo uno ha un valore nutrizionale e una "dignità" paragonabile
a quella dell'olio: è il burro. Olio e burro quindi sono passati a cantraddistinguere
due tipi di alimentazione, due culture, due aree d'influenza, il Nord e il Sud, un sud
che vuol dire Mediterraneo, sole, civiltà greca e romana, cioè la culla del mondo
occidentale
L'OLIO DEI FARAONI
Da reperti archeologici si apprende che in Egitto si commerciava l'olio prima della XIX dinastia.
I rami dell'olivo, che probabilmente era originario del Caucaso, adornavano le tombe dei faraoni, e
questo simbolo di vita e fecondità li accompagnava anche nell'aldilà. Ma ancor prima, nel 2500 a.c.,
il codice babilonese di Hammurabi regolava la produzione e il commercio dell'olio di oliva. Fenici e
Cartaginesi fecero commercio di olio e di olivi per tutto il bacino del mediterraneo. In Grecia questo
alimento, che è condimento, medicina e cosmetico, si riteneva fosse di origine divina. Secondo un mito
diffusissimo nell'Ellade l'ulivo era un dono di Atena, la romana Minerva che contendeva al dio del mare,
Poseidone, la supremazia dell'Attica. I due, davanti ad un tribunale degli dei presieduto da Zeus, si
sfidarono offrendo un dono ciascuno ad Atene. Poseidone con un colpo di tridente fece comparire una
pozza di acqua marina, che simboleggiava il dominio di Atene sul mare. Atena, invece, percosse la terra
con una lancia e fece apparire un olivo. Zeus e gli altri non ebbero dubbi: e fu Atena la dea eponima e
protettrice di Atene
L'ALBERO DI MINERVA
E sotto una pianta di olivo nacquero
Apollo e Artemide, altri due abitanti dell'Olimpo.
Aristeo, figlio di Apollo e di Cirene, apprese dalle
ninfe come innestare l'olivo selvatico per avere un
raccolto abbondante,e insegnò agli uomini a frangere le
olive per ricavarne l'olio. Tutti gliene furono grati, i
Greci per primi, ma anche i Siculi e i Sardi, che da lui,
secondo la leggenda, avrebbero appreso l'olivicultura. In
realtà in Italia l'ulivo arriva con i coloni greci, e
gli Etruschi già nel VII secolo a.c. ne possedevano
vastissime piantagioni. Da Atene a Roma la valenza
sacrale dell'olivo è fuori discussione. Omero ci
racconta che Ulisse costruì il suo letto nunziale con il
tronco di un grande olivo. E non c'è scrittore dell'antichità
classica che non faccia cenno all'olio e alla
coltivazione dell'olivo.
FRANTOI OMERICI
Ma come si estraeva l'olio a
quell'epoca? Nell'isola di Santorini è stato trovato un
frantoio antichissimo, risalente all'età micenea. è
composto da una pietra concava dove si deponevano le
olive, e da una pietra convessa, che cadendovi sopra le
schiacciava. La pasta di olive veniva immessa in cesti
sovrapposti, che premendo uno sull'altro lasciavano
fuoriuscire un liquido composto da acqua di vegetazione e
pasta di olive. Da questo, dopo un periodo di
decantazione, sarebbe poi affiorato l'olio. Sistemi più
o meno simili, dove c'erano contenitori di pietra da
riempire di olive che venivano pestate con mazze e
bastoni o appositi utensili dovettero precedere l'invenzione
della macina. All'apogeo della civiltà romana l'olivicoltura
era una delle branche più sviluppate dell'agricoltura:
si contavano almeno una decina di varietà di olivi.
OMNIUM PLANTARUM PRIMA...
In epoca
imperiale l'olio ormai abbondava, aveva un prezzo
accettabile e spesso veniva distribuito gratuitamente,
come il pane, ai meno abbienti. I "negotiatores
oleari" erano i soli commercianti abilitati a
trattare "l'oro verde", ed erano riuniti in
collegi di importatori.Le contrattazioni delle varie partite
avvenivano nella "arca olearia", che era una
vera e propria borsa specializzata. Le opere che trattano
l'agricoltura, da Catone ai Georgici, sono prodighi di
consigli su come produrre l'olio. Nulla è lascito al
caso: dalle varietà più adatte alla potatura, all'epoca
ai sistemi di raccolta fino alle tecniche di frangitura.
La cosa più sorprendente è che molti di questi
insegnamenti sono ancora attuali. è il caso, ad esempio,
della raccolta a mano delle olive ancora verdi, che a
detta di catone, Plinio e Columella, per citare solo
alcune fonti, era il sistema per ottenere l'olio più
pregiato, quello "ex albis ulivis". Seguiva poi
l'olio dal colore più intenso, derivante dalle olive
raccolte all'epoca dell'invaiatura. Un gradino più sotto
si collocava l'olio dalle olive ben mature raccolte in
inverno. Decisamente poco pregiati ma economici erano gli
oli delle olive cadute a terra o colpite da parassiti: in
genere erano destinate all'alimentazione degli schiavi.
Gli imperatori e i generali vittoriosi nel momento del
trionfo si cingevano il capo con ramoscelli d'olivo, a
significare il ristabilimento della Pax Romana. Ma non
sono solo Roma e Atene le patrie dell'olio.
L'OLIO DELLA BIBBIA
è un ruolo che
rivendica anche Israele. Non nacque forse, il primo olivo,
da un seme caduto dal paradiso terrestre sulla tomba di
Adamo, in cima al monte Tabor? Un dono di Dio anche per
gli ebrei, nella cui cultura l'unzione assume un
significato religioso, una sorta di investitura,
riservata a re e sacerdoti. Come non pensare poi, a
proposito di pace ritrovata e di speranza, al ramoscello
di olivo che la colomba recò nel becco a Noè alla fine
del diluvio? L'olio, come il vino, è sempre stato
qualcosa di più di un semplice frutto della terra. Se ne
accorse sul nascere il cristianesimo, che si appropriò
di tutte le immagini positive legate all'ulivo e all'olio,
trasformandolo sincreticamente in uno dei primi simboli
della nuova religione. se i primi cristiani avversano il
culto pagano degli alberi, l'ulivo ne esce rafforzato.
Gesù passa le sue ultime ore in preghiera nell'uliveto
dei getsemani, che è ancor oggi vegeto e visitabile, e
vanta alcune delle piante d'ulivo più antiche del mondo.
DA GERUSALEMME A ROMA
Ma tanto basta per far
sopravvivere la tradizione, che gradualmente prende
vigore. Doppiato l'anno Mille l'ulivo è tornato ad
essere, grazie soprattutto agli ordini religiosi, una
coltura diffusa e importante. Gli uliveti aumentano in
tutta la Penisola, soprattutto in Toscana, dove la
borghesia commerciale scoperse nella produzione e nel
commercio dell'olio una fonte importante di guadagno, I
mercati del nord riservavano una ottima accoglienza al
prezioso olio, e mentre si impiantavano nuovi oliveti in
Italia, Genova e Venezia iniziarono a commerciare per
mare il nobile condimento. Per approvvigionarsi i liguri
incoraggiarono la coltura dell'ulivo in patria, in
Provenza e perfino in Spagna. Lo stesso faranno i
veneziani, impiantando oliveti in Puglia, in Dalmazia e
in tutte le isole del Mediterraneo . Allo stesso periodo
risale l'impianto di gran parte delle zone di produzione
attuale in Calabria, Campania, Abruzzo, Lazio e Sicilia.
L'OLIO DEI CALIFFI
Non "sfugge"
all'ulivo la parte del Mediterraneo controllata dalla
mezzaluna. Gli arabi sono stati tra i più grandi
studiosi di agricoltura del medioevo. Le loro tecniche di
innesto, potatura e frangitura erano all'avanguardia, e
sotto la dominazione araba la Spagna diviene un grande
produttore di olio, come pure tutti i paesi del
Nordaffrica e del vicino Oriente. A metà del XVI secolo
un viceré spagnolo fa costruire strade per collegare
Napoli alla Puglia, alla Calabria e agli Abruzzi allo
scopo di agevolare l'afflusso dell'olio. Alla fine del
secolo Venezia muoveva quantitativi enormi in tutta
Europa. Nella seconda decade del Seicento, un altro viceré
spagnolo fece arrivare in Sardegna da Palma di Maiorca
ben cinquanta maestri d'arte dell'innesto e della
potatura dell'olivo. Ognuno di loro insegnò a dieci
allievi, e questi a loro volta, ad altri. Con questo
espediente, e con una legge che concedeva la proprietà
degli olivi a chi l'innestava, l'accorto viceré fece
decollare in pochi anni la produzione di olio della
regione.
INCENTIVI PAPALI
Nella decade del tra il 1830 e
il 1840, grazie ad una politica d'incentivi, nella sola
Umbria, allora parte dello stato della chiesa, fu
piantato circa quarantamila olivi. Da allora, e fino ai
nostri giorni, l'olivicoltura italiana (gelate
permettendo) ha continuato a crescere in quantità e in
qualità. Sono cambiati i sistemi d'impianto e di
potatura. Sono stati reimpiantati gli oliveti poco
produttivi, e la meccanizzazione della raccolta in alcune
zone è ormai una realtà. L'introduzione di nuove
tecniche di spremitura, insieme al generalizzato anticipo
dell'epoca della raccolta hanno reso possibile una grande
e generalizzata crescita qualitativa. Oggi l'olivo è
diffuso in gran parte delle regioni italiane e in tutti i
paesi del bacino del mediterraneo.
OTTO MILIONI DI OLIVI
Gli emigranti italiani hanno tentato la
diffusione dell'ulivo in altri continenti, precisamente
nella fascia temperata, quella che va dal 30mo al 45mo
parallelo nord e alla zona corrispondente dell'emisfero
Sud. Si produce olio negli Stati Uniti, in Cile e in
Argentina, in Sudafrica, in estremo Oriente, in Russia e
in Ucraina. Australia e Nuova Zelanda sembrerebbero avere
zone idonee, e già sono in corso sperimentazioni. Ma
degli 800 milioni di piante di olivo esistenti oltre il
90% viene coltivato nel bacino del mediterraneo, e tra i
paesi produttori l'Italia è protagonista assoluta. L'olio
italiano è stato protagonista negli ultimi anni di una
grande crescita qualitativa, crescita alla quale i
consumatori non sono rimasti estranei. Non sono ormai
solo pochi esperti a distinguere tra un olio piccante e
un olio fruttato, tra un ligure e un toscano, tra un olio
da bruschetta e uno da pesce. Perché se è pur vero che
non siamo il solo paese produttore di olio di oliva, l'olio
italiano delle zone vocate non ha rivali al mondo. Anche
se il mondo non rimane certo a guardare....